Un colpo di fucile in una campagna bolognese, fu il segnale che confermò a
Guglielmo Marconi di aver dato inizio a un’era nuova, l’era della radio. Era
il 1895. Già prima di allora altri uomini di scienza, come Faraday, Maxwell,
Rutherford, Hertz, avevano approfondito gli studi sulle onde
elettromagnetiche che potevano essere captate a breve distanza. Marconi, con
un congegno rudimentale di trasmissione e ricezione di sua invenzione, aveva
potuto ascoltare il segnale di quello sparo irradiato nello spazio a due
chilometri di distanza. Quello era stato solo l’inizio.Con studi più
approfonditi e nel giro di pochi anni, la radio era una realtà entrata in
migliaia di famiglie della terra che così potevano ascoltare comodamente in
casa loro, notizie e musiche provenienti da migliaia di chilometri di
distanza. Il ventesimo secolo cominciava con eventi straordinari, Thomas
Edison oltre che inventare la lampadina elettrica, si dilettò
nell’invenzione del fonografo. In breve tempo gli esseri umani non avrebbero
più potuto fare a meno di queste invenzioni e, ahimè, col tempo ne sarebbero
anche divenuti schiavi. La radio, come pure altri mezzi di trasmissione e
ricezione usati durante i periodi bellici (Segnali Morse), hanno provveduto
a salvare migliaia di vite umane e ciò rende uomini benemeriti gli
scienziati che hanno messo la loro conoscenza al servizio del bene pubblico.
Per me, nata alla fine della seconda guerra mondiale, era un diletto unico
stare accanto a mio padre la sera a captare segnali radio che mandavano in
etere le musiche dell’oriente. Mio padre, che soffriva del mal d’Africa,
aveva profonda nostalgia dell’Eritrea e dell’Etiopia terre visitate durante
il periodo bellico come militare e che avevano prodotto in lui ricordi
incancellabili. Quelle nenie orientali suscitavano in lui emozioni che io,
bambina di quattro, cinque anni non potevo comprendere, ma, strano a dirsi,
facevano effetto anche su di me. I bambini hanno tanta fantasia e così
quelle musiche mi immergevano in mondo di favole e sognavo di poter danzare
(amavo il ballo dall’età di 0 anni, cioè dal ventre di mia madre) in un
grande salone pieno di colonne d’avorio come la Mata Hari, coperta di veli
multicolori. Quelle musiche esotiche parlavano al cuore e trasmettevano la
malinconia, la tristezza legata alle dure condizioni di vita di quei popoli.
Le nenie che ascoltavo avrebbero influito tanto sul mio modo di essere da
adulta, ma allora non potevo esserne consapevole, ero troppo piccola. Gli
anni cinquanta ci regalarono i vari Festival di Napoli e di Sanremo, e così
iniziò la carriera di molti cantanti che in breve tempo divennero i
beniamini del pubblico. In America spopolarono Frank Sinatra, Dean Martin,
Bing Crosby, Ella Fitzgerald, Al Jhonson, Louis Armstrong, Perry Como, Pat
Boone, Caterina Valente e tanti altri.
In Italia c’erano Nilla Pizzi, Luciano Tajoli, Teddy Reno, Carla Boni, Gino
Latilla, Narciso Parigi, Carlo Buti, per non parlare dei cantanti di musica
lirica come Tito Schipa, Giuseppe Di Stefano, Franco Corelli, Mario Lanza,
Mario Del Monaco, Maria Callas, Renata Tebaldi, e altri. Il festival della
canzone napoletana si avvaleva di voci melodiose come quelle di Mario AbBate,
Sergio Bruni, Nino Fiore, Eva Nova, Maria Paris, Gloria Cristian, Franco
Ricci, Sergio Centi, Renato Carosone, e tanti altri.
Sono cresciuta così, con le voci della radio, che penetravano nei miei
orecchi di bambina e forgiavano il mio carattere, in un caleidoscopico
filtro di umori. Le tante trasmissioni radiofoniche che proponevano
sceneggiati radiofonici tratti da commedie e tragedie di fama internazionale
mi insegnavano che la vita non è da prendere alla leggera, ma è un affare
serio, da vivere con cognizione di causa. Pirandello, De Filippo, Goldoni, e
perchè no Totò, mi hanno aiutata a crescere avendo di mira dei valori forti,
che purtroppo, nei giorni che viviamo, quasi non esistono più.
Oggi che viviamo nell’era della globalizzazione e di Internet, parlare della
radio sembra che sia qualcosa di obsoleto, di tramontato, ma non è affatto
vero. Da quando fu messo in opera la liberalizzazione delle radio private,
miliardi di informazioni sono state rese possibili. Bisogna comunque
riconoscere che non sempre la quantità è sinonimo di qualità. Vi sono delle
radio libere, infatti, che sono perlopiù un bidone di immondizia aperta, che
emana un fetore insopportabile anche a chi e di naso buono. Altresì bisogna
riconoscere che ve ne sono altre che rendono un servizio pubblico
ineccepibile, come quello di informare sulla viabilità, in tempo reale,
sulle condizioni climatiche e sugli ultimi avvenimenti internazionali. Ve ne
sono alcune che trasmettono solo buona musica italiana ed altre che sono
sfibranti nel loro insistere sull’esterofilia che proprio non se ne può più.
Ma dico io, siamo italiani o inglesi? Vuoi vedere che per ascoltare un po’
di musica italiana classica bisogna andarsene in America o in Inghilterra?
Ai tempi in cui ero io bambina, bisognava sintonizzarsi sulle reti estere
per ascoltare musica straniera, ora, purtroppo, non è più così, anzi,
bisogna sintonizzarsi su reti straniere per ascoltare, forse, buona musica
italiana. E dico forse non a caso, perché anche la musica italiana ha
subito, in anni recenti, un degrado notevole. Le canzoni sempre più spesso
riflettono stili di vita molto discutibili, legati a violenza e sesso
gratuiti, non chè a droga e omosessualità. Banalizzando queste
aberrazioni, si corre il rischio di farle passare per normali sfoghi
dell’essere umano. Mettendole in musica e trasmettendole via radio, visto
che la musica, come dicevo prima ha molto potere sulla mente dei giovani,
(anch’io lo sono stata ed ha influito su di me), si rischia di far credere
loro che la vita sia così, che la normalità di vita sia quella. Una radio
che faccia questo si rende complice di insegnamenti dannosi che minano la
salute mentale di un individuo e lo inducono a commettere cose che forse
neppure immaginava di poter commettere. Attenzione: come tutte le invenzioni
grandiose, anche la radio non sfugge al pericolo di poter essere utilizzata
non più a beneficio dell’uomo, ma a suo proprio danno. In questo caso, il
redattore di questo servizio si rivolge in modo particolare ai direttori
delle radio libere , per sensibilizzarli a rendere l’ascolto delle loro
frequenze, motivo di crescita mentale e culturale, e ciò può avvenire solo
se c’è attenzione da parte loro a ciò che si fa passare attraverso l’etere.
Musica e parole hanno grande potere. Possono edificare e possono anche
distruggere dei valori che sono universali .